Povero Pier Paolo
e mi giro a vedere chi c’è. Confesso di essere un po’ turbata per l’onda indefinibile che ho sentito, come di un’enorme affettività. E in effetti vedo lì in piedi che mi guarda un uomo, e mi pare di conoscerlo da sempre e nello stesso tempo ho come un’impressione di irrealtà. “Calma!”, mi dico. L’uomo probabilmente è più giovane di me, eppure sembra tanto più serio, chissà da dove viene. Mi guarda negli occhi e mi sorride in silenzio con una dolcezza indicibile. Ha qualcosa di antico e familiare nel viso e nel portamento. Non so assolutamente come reagire. Accenno un sorriso anch’io. E allora lui comincia a dirmi qualcosa: “Ciao… Avete scelto un bel nome per la vostra associazione”. Ringrazio, rinfrancata dal fatto che parli italiano, che sia in qualche modo reale. Chissà di che cosa avevo paura! Non siamo mica in un fumetto. Ma che il gentile sconosciuto sia una persona speciale ormai non ho alcun dubbio. Il suo viso asciutto è come scavato nella pietra, la voce è tanto tenue e delicata; praticamente non ha detto nulla eppure soltanto aprendo bocca eppure soltanto aprendo bocca ha calato un asso di cuori di profondità su tutta la scena. Indossa con disinvoltura un abito di buon taglio che mi pare fuori moda, anche se non capisco niente di moda,
…
A me cedono le ginocchia. Ho capito! Mi appoggio allo stipite della porta per non cadere. Gli occhi dello sconosciuto sono radiosi, e io prendo la sua luce come una benedizione, e per questo mi sento la persona più fortunata del mondo.
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“Non sono finite… No, non sono finite le mie bandiere”. Un altro sorriso ineffabile. E poi non lo vedo più, se non nell’azzurro dell’aria settembrina che ha tanta bellezza anche qui a Milano.
Pensavamo fosse Dio invece era Pasolini